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Friday, June 05, 2009

Un voto glbtq

Ho deciso. Alle Europee, domani, voterò PD perché ho creduto nel progetto fin dall'inizio e non penso sia il momento di arrendersi ora. Certo, bisogna che noi giovani ci svegliamo e che cominciamo a scalzare i vecchi e coloro che si sono arroccati nelle loro posizioni. Anche con il voto. Anzi, soprattutto con il voto. Alle Europee si possono esprimere tre preferenze e allora ho deciso che non le darò ai capolista o ai papabili che sono stati riportati sui vari "santini" distribuiti nelle case. Non voterò Cofferati, che aveva detto che si sarebbe ritirato per dedicarsi alla famiglia e, invece, lo ritroviamo riciclato alle Europee. Né Patrizia Toia, già ministro ed europarlamentare, di cui, però non ho mai sentito parlare se non in occasione delle elezioni. Ho scelto i miei tre candidati perché hanno preso posizione su alcuni temi che mi interessano, tra cui quelli dei diritti dei gay, da rilanciare a livello europeo, nella speranza che in Italia ci accorgiamo di essere ormai Terzo Mondo da quel punto di vista... (uno dei candidati, Panzeri, lo conosco personalmente e lo considero una persona in gamba, perciò il voto per lui era scontato...)

Ecco chi sono i candidati che ho scelto, nella circoscrizione Nord-Ovest:



Da sinistra a destra: Antonio Panzeri, Maria Lucia Centillo, Ivan Scalfarotto

Thursday, September 25, 2008

Powerless


A volte non c'è come vivere temporaneamente una situazione per rendersi conto dei problemi di persone che (troppo) spesso rimangono invisibili (i problemi e le persone) agli occhi degli altri.

Sto ascoltando: A Perfect Circle, "Weak and Powerless"


Saturday, June 23, 2007

Io, gay, vi spiego perché non esisto

Riporto qui di seguito un'intervista a Ivan Dragoni, compagno di Gianni delle Foglie, il fondatore della Libreria Babele di Milano scomparso recentemente. L'intervista, in cui Dragoni racconta la sua esperienza durante i giorni di agonia di Gianni, presenta un caso "fortunato", in cui un sentimento di amore unisce la famiglia della persona che sta morendo non solo a quest'ultima ma anche al suo compagno/alla sua compagna. Ma non sempre è così e allora accade che i compagni di una vita possano vedersi negare il diritto di stare vicino alla persona che hanno amato per tanti anni. È terribilmente deprimente e fa montare una rabbia incredibile il pensiero che in una nazione che si dice civile questo possa accadere. È ora che tutto questo finisca. È ora di ribellarsi e lottare.

L'intervista è tratta da La Repubblica, edizione di Milano, ed è stata ripresa da Gay News.

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SABATO, 23 GIUGNO 2007 - La Repubblica

Pagina I - Milano

Gianni Delle Foglie, fondatore di Babele, è scomparso una settimana fa. L´uomo che ha vissuto con lui 26 anni racconta la sua "umiliazione"

"Io gay, vi spiego perché non esisto"

Ivan Dragoni: il mio compagno è morto, ho dovuto lasciarlo solo

ZITA DAZZI

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«PER la prima volta ho provato che cosa vuol dire l´umiliazione di non esistere. Con Gianni, con quell´uomo che stava morendo, ho vissuto 26 anni. Ma per le istituzioni, per l´ospedale, io ero nessuno. Non il convivente, non un parente. Nessuno. Solo un estraneo con nessun diritto». Ivan Dragoni, 62 anni, stimato professore universitario di Igiene e Tecnologia alimentare, presidente dell´Ordine dei tecnologi alimentari, ex presidente di Milano Ristorazione, ha sperimentato sulla sua pelle, quanto può costare, in termini umani, il non aver ottenuto dallo Stato il riconoscimento formale della propria unione familiare con una persona dello stesso sesso. Il compagno di tutta la sua vita, Gianni Delle Foglie, 59 anni, fondatore della storica libreria gay Babele, è morto mercoledì 11 giugno all´ospedale Policlinico, dopo cinque giorni di agonia.

Pagina V - Milano

L´INTERVISTA

Ivan Dragoni racconta gli ultimi momenti con Gianni Delle Foglie: "Ho provato che cosa vuol dire non esistere"

"Il mio compagno stava morendo ma io per la legge ero invisibile" in ospedale

Non potevo stare lì, non potevo essere informato

Mi hanno aiutato la sua famiglia e alcuni medici

ZITA DAZZI

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(segue dalla prima di cronaca)

Li aveva simbolicamente sposati in piazza Scala, nel 1992, Paolo Hutter, allora consigliere comunale. Anni luce prima del dibattito sui Pacs, sulle unioni civili e sui diktat vaticani. Gli ultimi che hanno passato assieme, per Ivan e Gianni sono stati cinque giorni di drammatico calvario, un calvario aggravato dalle difficoltà burocratiche che la coppia ha dovuto attraversare per riuscire a stare assieme nei momenti finali, mentre la situazione clinica precipitava senza speranze.

Signor Dragoni quando sono cominciati i problemi?

«Già quando abbiamo chiamato l´ambulanza, sabato mattina, ho capito che sarebbe stata dura. Gianni stava male, un dolore fortissimo al petto. Abbiamo capito subito che il caso era grave, ma sull´ambulanza mi hanno detto che poteva salire solo un "accompagnatore"».

E lei?

«Ho detto che ero il convivente. E ho avvertito l´imbarazzo dei lettighieri. Comunque sono stati gentili. Mi hanno fatto salire e siamo arrivati all´ospedale. Da quel momento in poi ho capito che io per loro ero meno di un passante. Cercavano i parenti».

Ma l´hanno lasciata stare accanto al suo compagno?

«Fortunatamente sì. Ma questo è stato possibile solo grazie al fatto che Gianni ha una grande, meravigliosa famiglia, che mi ha sempre voluto bene e che mi ha accettato da subito. Sono stati loro a dire ai medici che era importante che anche io stessi al capezzale del paziente».

Ma lei veniva informato?

«No. Da quando i parametri clinici hanno cominciato seriamente a deteriorarsi, io ho visto che in ogni fase, gli occhi dei medici, salivano sopra di me, come a cercare qualcuno più competente di me, un "vero" parente. Subito dopo l´angioplastica che gli è stata praticata d´urgenza, ho capito che le cose andavano male. Ma non me l´hanno comunicato loro».

Con chi comunicavano?

«Con i fratelli, i quali spiegavano a me. Poi, per fortuna, io al Policlinico conosco diverse persone, dal primario a uno dei cardiologi. Insomma, grazie a queste mie conoscenze, sono riuscito a non sentirmi completamente escluso, ad avere un po´ di attenzione».

Ma che cosa è successo?

«Questo stiamo ancora cercando di capirlo. Dopo l´angioplastica, c´è stata la somministrazione di farmaci anticoagulanti e una reazione non positiva a questa terapia. È cominciata una emorragia interna, i livelli delle piastrine sono andati a zero».

E lei durante queste fasi?

«Io, stavo sempre in secondo piano. Non mi dicevano niente: "Questioni di privacy". Solo i parenti riconosciuti dallo Stato hanno accesso alle informazioni. Ma io non sono tale, quindi i medici non potevano relazionarsi direttamente con me. A un certo punto, mentre era in corso l´emorragia cerebrale, nessuno mi parlava. Ho dovuto urlare perché mi dicessero quel che stava succedendo».

Ma ha potuto stargli accanto negli ultimi giorni?

«Sono stato sempre accanto a lui, fino all´ultimo secondo, fino a quando ha chiuso gli occhi. Certo, in un frangente del genere e in una situazione familiare come la nostra, dipendi completamente dalla disponibilità e dall´intelligenza del personale infermieristico. Tu vuoi fare delle cose banali che si fanno in quei momenti, e dipende solo da loro che tu possa farlo».

Tipo?

«Vuoi asciugare il sudore del tuo compagno, vuoi tenergli la mano. Nel mio caso, per fortuna ho potuto farlo».

E poi?

«Quando Gianni è spirato, era come se fossi diventato invisibile. Per tutte le decisioni importanti successive alla morte servono le firme di quelli che per la legge sono i familiari. Quindi i fratelli e le sorelle. Non io. Questo per esempio, per il prelievo degli organi, per la scelta della cremazione, per la richiesta di conservare le ceneri. Bastava che un solo fratello si opponesse a una di queste cose che io e Gianni avevamo deciso e sapevamo l´uno dell´altro, e si sarebbe fatto in modo diverso».

Invece?

«Come dicevo, quella è una grande famiglia, sono persone aperte, che mi vogliono bene. Non c´è stato problema da quel punto di vista».

Quando saranno i funerali?

«Lunedì, alle 11, nel cortile di casa nostra, in corso Colombo. Proietteremo il video delle nostre nozze in piazza Scala e le immagini di Gianni che cantava. Era un grande tenore. È stata una bella, lunghissima storia d´amore la nostra».

Thursday, May 17, 2007

Monsignore, si dia una calmata


(Chiara Saraceno su La Stampa, 17/5/2007)

La gerarchia cattolica, come ogni autorità religiosa, ha sicuramente il diritto e persino il dovere di esprimersi sui temi che toccano la morale e il senso della vita. Ciò che dice va ascoltato con rispetto e con attenzione, anche quando non lo si condivide. Ma ci sono occasioni in cui è davvero difficile mantenere un atteggiamento di rispetto e ascolto. Le dichiarazioni di ieri di monsignor Betori, segretario della Conferenza episcopale italiana, a Gubbio sono una di queste - ormai sempre più frequenti - occasioni. Di fatto ha individuato come i peggiori nemici della umanità - «fomentatori di guerre e terrorismo», negatori «del riconoscimento dell’altro» a vantaggio del mantenimento di «situazioni e strutture di ingiustizia sociale» - le donne che abortiscono, le persone che riflettono sul testamento biologico e sul diritto a porre fine ad una vita che ha perso tutte le caratteristiche di vita umana, le coppie eterosessuali che convivono senza sposarsi e gli omosessuali in quanto attenterebbero alla dualità sessuale. Sono loro responsabili dei mali del mondo, non i dittatori politici ed economici, non coloro che fomentano guerre etniche e religiose, non gli sfruttatori di donne e bambini, non i mercanti di uomini e neppure coloro che in nome della morale sessuale si oppongono all’utilizzo di semplici precauzioni per evitare il diffondersi dell’Aids che da solo in alcune parti del mondo fa ancora più stragi delle guerre civili.

È difficile provare rispetto ed avere attenzione per chi confonde terroristi e violenti veri e persone che, assumendosene tutta la responsabilità e talvolta la sofferenza, compiono scelte eticamente motivate, ancorché in modo difforme dalla morale cattolica. Per chi, tra l’altro, non distingue neppure, dal punto di vista della gravità rispetto al suo stesso concetto di morale, tra aborto e convivenza senza matrimonio, tra eutanasia e approvazione dei Dico e ritiene (contro le stesse più recenti acquisizioni della Chiesa) che l’omosessualità sia uno stile di vita, e non una condizione umana in cui ci si trova a nascere e vivere. Perciò teme, un po’ grottescamente, che se si riconoscessero le coppie omosessuali nessuno più farebbe coppie (e matrimoni) eterosessuali. È una visione senza sfumature e senza distinzioni, oltre che senza rispetto. Per questo è intimamente violenta oltre che intellettualmente rozza.

Non credo che così si difenda veramente il cristianesimo. Certamente non è così che si può aspirare a ottenere rispetto e attenzione per le proprie posizioni. Si incoraggia soltanto l’escalation dell’insulto reciproco, dell’abuso del linguaggio, dell’incapacità a distinguere e ad ascoltare, della caccia al diverso. Non è né pedagogia civile né, tantomeno, pedagogia religiosa. È una chiamata alle armi. È questo che la gerarchia cattolica vuole per il suo popolo e per il nostro Paese? Chi sta davvero, per riprendere le parole di Betori, coltivando «sentimenti di arroganza e di violenza»? Un po’ di autocontrollo, per favore.

Chiara Saraceno, laureata in filosofia, è professore ordinario di sociologia della famiglia presso la Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Torino. Direttrice del Dipartimento di Scienze Sociali negli anni accademici 1991-1998, attualmente è direttrice del
CIRSDe - Centro Interdipartimentale di Studi e Ricerche delle Donne. Dirige il master in management delle imprese non profit. In precedenza, fino al 1990, ha insegnato alla facoltà di sociologia dell'Università di Trento, dove nel 1989-90 è stata anche pro-rettore.

Monday, May 14, 2007

Ogni anno devolvi le tue tasse alla Chiesa cattolica e non lo sai...



COSA SIGNIFICA “OTTO PER MILLE”?

Con il Concordato del 1929 lo stato italiano si impegnò a pagare direttamente lo stipendio al clero cattolico, con il meccanismo della congrua. Ritenendolo datato, nell’ambito delle trattative per il “nuovo” Concordato si decise un nuovo meccanismo di finanziamento alla Chiesa cattolica, solo in apparenza più democratico e trasparente in quanto allargato alle altre religioni: lo stato decideva di devolvere l’8 per mille dell’intero gettito IRPEF alla Chiesa cattolica (per scopi religiosi o caritativi) o alle altre confessioni o allo stato stesso (per scopi sociali o assistenziali), in base alle opzioni espresse dai contribuenti sulla dichiarazione dei redditi.

IL TESTO DELLA LEGGE

L’otto per mille è normato dalla legge 222/85.

COME FUNZIONA IL MECCANISMO?

Ogni cittadino che presenta la dichiarazione dei redditi può scegliere la destinazione dell’8 per mille del gettito IRPEF tra sette opzioni: Stato, Chiesa cattolica, Unione Chiese cristiane avventiste del 7° giorno, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, Chiesa Evangelica Luterana in Italia, Unione Comunità Ebraiche Italiane.

In realtà nessuno destina il proprio gettito: il meccanismo assomiglia di più ad un gigantesco sondaggio d’opinione, al termine del quale si “contano” le scelte, si calcolano le percentuali ottenute da ogni soggetto e, in base a queste percentuali, vengono poi ripartiti i fondi.

Come se non bastasse, la mancata formulazione di un’opzione non viene presa in considerazione: l’intero gettito viene ripartito in base alle sole scelte espresse.

Alcune confessioni, più coerentemente, lasciano allo Stato le quote non attribuite, limitandosi a prelevare solo quelli relativi ad opzioni esplicite a loro favore: cosa che NON fa la chiesa cattolica, ottenendo un finanziamento quasi triplo rispetto ai consensi espliciti ottenuti a suo favore.

ECCO PERCHÉ È IMPORTANTE COMPILARE QUESTA SEZIONE DELLA DICHIARAZIONE DEI REDDITI.

Qualora il contribuente non sia tenuto alla presentazione della dichiarazione, può comunque effettuare ugualmente la scelta della destinazione dell’8 per mille consegnando il CUD in una busta chiusa agli enti preposti alla raccolta (poste, banche etc…).

LA DISTRIBUZIONE DEL GETTITO

Il Ministero delle Finanze, già restio a fornire statistiche in merito (comunica i dati alle sole confessioni religiose, che ne danno notizia con estrema riluttanza), è peraltro estremamente lento nel diffondere i dati. Le ultime comunicazioni ufficiali e definitive si riferiscono incredibilmente alle dichiarazioni dei redditi del 2001 (redditi 2000).

Questa la distribuzione:

87,25%

Chiesa Cattolica

10,28%

Stato

1,27%

Valdesi

0,42%

Comunità Ebraiche

0,31%

Luterani

0,27%

Avventisti del settimo giorno

0,20%

Assemblee di Dio in Italia

Va notato che, in tale occasione, su oltre trenta milioni di contribuenti solamente il 39,62% ha espresso un’opzione, solo il 34,56% della popolazione, quindi, ha espresso una scelta a favore della Chiesa cattolica. Per dare un’idea dell’enormità della cifra corrisposta grazie a questo meccanismo, la Conferenza Episcopale ha disposto nel 2004 di contributi per 936,5 milioni di Euro.

COME VENGONO SPESI QUESTI SOLDI?

  • CHIESA CATTOLICA
    Nato come meccanismo per garantire il sostentamento del clero, tale voce è diventata, percentualmente, sempre meno rilevante (il 34,1% del totale). Parrebbe infatti che la Chiesa cattolica prediliga destinare i fondi ricevuti dallo Stato alle cosiddette “esigenze di culto” (47,2%): finanziamenti alla catechesi, ai tribunali ecclesiastici, e alla costruzione di nuove chiese, manutenzione dei propri immobili e gestione del proprio patrimonio. Ovvio che non vedremo mai alcuno spot su queste tematiche: ai tanto strombazzati aiuti al terzo mondo, cui è dedicata quasi tutta la pubblicità cattolica, va guarda caso solo l’8% del gettito. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito www.sovvenire.it.
  • STATO
    Lo Stato è l’unico competitore per l’otto per mille che rifiuta di farsi pubblicità. Il Governo dedica alla gestione dei fondi di pertinenza statale una sezione del suo sito internet.
  • CHIESA VALDESE
    Rifiuta di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.chiesavaldese.org.
  • LUTERANI
    Una parte dei fondi viene utilizzata per il sostentamento dei pastori. Per maggiori informazioni vai su www.elki-celi.org.
  • COMUNITÀ EBRAICHE
    I fondi sono utilizzati per «…solidarietà sociale, attività culturali, restauro patrimonio storico, sostegno ad attività giovanili, strutture ospedaliere per la cittadinanza, cultura della memoria, lotta a razzismo e pregiudizio». Per maggiori informazioni vai su www.ucei.it.
  • CHIESE AVVENTISTE
    Rifiutano anch’esse di destinare i fondi ottenuti alle esigenze di culto e al sostentamento del clero. Per maggiori informazioni vai su www.avventisti.it.
  • ASSEMBLEE DI DIO
    I fondi sono destinati esclusivamente alle missioni e alla beneficienza. Per maggiori informazioni vai su www.adi-it.org.

PERCHÉ ABROGARE IL MECCANISMO?

  • perché il meccanismo doveva essere basato sulla volontarietà, ma la ripartizione delle scelte inespresse vìola, di fatto, questo principio;
  • perché è un finanziamento a fondo perso a favore di confessioni religiose che si dovrebbero autofinanziare. Soprattutto nel caso della Chiesa cattolica, gran parte di questi contributi non ha alcuna utilità sociale;
  • perché è una partita truccata: a differenza delle confessioni religiose, lo Stato italiano non fa alcuna pubblicità per sé e non informa su come destina questi fondi. Quando nel 1996 il ministro Livia Turco propose di destinare i fondi di competenza statale all’infanzia svantaggiata, il “cassiere” della Conferenza Episcopale Italiana Nicora reagì duramente, sostenendo che «lo Stato non deve fare concorrenza scorretta nei confronti della Chiesa»;
  • perché è una partita a cui non tutti possono giocare: sono ammesse solo le confessioni sottoscrittrici di un’Intesa con lo Stato. Ecco perché la Chiesa, attraverso i parlamentari cattolici, blocca l’accordo (già sottoscritto) con i Testimoni di Geova e impedisce l’avvio di trattative con gli islamici: i fedeli di queste religioni, ben disciplinati, grazie al meccanismo delle scelte inespresse porterebbero alle loro gerarchie una contribuzione ben superiore alla loro percentuale reale, con un danno valutabile in centinaia di milioni di Euro per la Chiesa cattolica.
  • perché è un meccanismo non chiaro, che trae in inganno non solo il semplice cittadino ma anche la persona colta. Un giornalista Rai ha dovuto addirittura scusarsi in diretta per la sua non conoscenza del meccanismo;
  • perché lo Stato, erogando questi finanziamenti, è costretto a cercarsi altre entrate con nuove forme di tassazione della popolazione.

MA SI PUÒ ABROGARE? O NON PAGARE? E COME?

L’Associazione per lo Sbattezzo ha lanciato da diversi anni un’iniziativa per l’obiezione fiscale: maggiori informazioni sul loro sito.

L’UAAR ha anch’essa più volte criticato e chiesto modifiche alla normativa: resta il fatto che un cambiamento è fattibile solo attraverso una modifica della legge.

ALTRI CONTRIBUTI STATALI ALLA RELIGIONE CATTOLICA

  • sempre con la dichiarazione dei redditi, è possibile dedurre dal proprio reddito versamenti alle chiese fino all’ammontare di due milioni di vecchie lire, intorno ai mille Euro; in proposito, rileviamo come il numero di offerte per il sostentamento dei sacerdoti sia calato, negli ultimi nove anni, del 14%, con conseguenti minori entrate del 18%;
  • pagamento pensioni al clero: un fondo speciale dal disavanzo perennemente in rosso. Fortunatamente, con la Finanziaria 2000 si è intervenuti almeno su questi, innalzando a 68 anni l’età pensionabile e aumentando i contributi a carico dei sacerdoti;
  • esenzione fiscale totale, comprese imposte su successioni e donazioni, per le parrocchie e gli enti ecclesiastici;
  • pagamenti degli stipendi agli insegnanti di religione, nominati dai vescovi: incidono per più di 1.000 miliardi (delle vecchie lire) sul bilancio statale;
  • finanziamenti alle scuole cattoliche;
  • in varie regioni, parte degli oneri di urbanizzazione a disposizione dei comuni deve essere destinata agli «edifici di culto».
    Non solo. Recentemente sono state stipulate intese ad hoc tra diverse Giunte e Conferenze episcopali regionali che hanno riguardato anche i beni culturali ed ecclesiastici, il turismo religioso e la retribuzione del personale ecclesiastico presente negli ospedali.
  • contributi agli oratorî: concessi da diverse regioni, nel maggio 2001 sono stati presentati due disegni di legge (identici) da parte di alcuni parlamentari dell’UDC. Nel luglio 2003 tali testi, dopo alcune modifiche, sono diventati legge. Contro il provvedimento si sono espressi ben pochi parlamentari: tra i contrari Tiziana Valpiana, la cui dichiarazione di voto contrario alla Camera dei deputati contiene importanti dichiarazioni sulla necessità di una effettiva parità tra credenti e non credenti.

Per un quadro di insieme vai al documento Quanto costa allo stato il finanziamento della chiesa Cattolica, di Marcello Vigli, presente sul nostro sito.

Nell’ambito del Decreto Fiscale collegato alla Legge Finanziaria 2006, il Parlamento ha introdotto l’esenzione ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) per gli immobili adibiti a scopi commerciali per la Chiesa (ulteriormente estesa alle associazioni no-profit). Secondo stime dell’ANCI, il provvedimento avrebbe comportato minori entrate per i Comuni nell’ordine di 700 milioni di Euro. Il d.l. 223 del 4 luglio 2006 ha successivamente eliminato tale esenzione. La sua formulazione («Attività di natura esclusivamente commerciale»), tuttavia, di fatto vanifica il provvedimento e mantiene in vigore tale privilegio: è infatti sufficiente che all’interno dell’immobile destinato ad attività commerciale si mantenga una piccola struttura destinata ad attività religiose.

OTTO PER MILLE INFORMATI

Nell’aprile 2007 l’UAAR, prendendo atto della diffusa mancanza di conoscenza del meccanismo tra la popolazione, nonché del completo disinteresse da parte delle istituzioni a porvi rimedio, ha avviato autonomamente una propria campagna di informazione: «Otto per mille informati».



Sto ascoltando: Kate Havnevik, "I Don't Know You", Melankton, 2007.

Tuesday, May 08, 2007

Costituzione della Repubblica Italiana

Siccome, spesso e volentieri, in questo periodo tanti politici, per fini meramente propagandistici, si sciacquano la bocca parlando di tutela della famiglia e facendo riferimento alla Costituzione per poter impunemente negare i diritti a una parte consistente della popolazione italiana, sono andato a rileggere il nostro testo legislativo fondamentale sul sito del Quirinale.

E mi sono reso conto che i membri dell'Assemblea Costituente erano tutt'altro che stupidi (è ovvio che non lo erano) e che hanno scritto, soprattutto nella parte riguardante i principi generali, delle cose molto importanti. Ne cito alcune:

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Nota: non c'è scritto "tutti i cittadini eterosessuali" mi sembra, o sbaglio?

Art. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.


Art. 8.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Nota: Se tutte le confessioni religiose sono libere e tutti i cittadini hanno gli stessi diritti, indipendentemente dal credo (o non credo) religioso, perché vengono approvate (o non approvate) leggi sulla base di quanto affermato dagli esponenti di UNA sola di queste religioni (seppur maggioritaria), limitando quindi la libertà di chi appartiene a fedi diverse o non professa alcun credo religioso? Ci sarà sempre qualche sofista che proverà a spiegarmi che non è così, ma non riuscirà mai a convincermi. Anche perché, quando il Presidente della CEI vieta espressamente a dei parlamentari italiani di votare delle leggi contrarie alla Chiesa cattolica, hanno un bel daffare a dirmi che non è un'ingerenza. Però forse mi sbaglio. Forse nei mesi scorsi lo stato della Chiesa ha invaso l'Italia e ora a Montecitorio e Palazzo Madama sta il Parlamento dello Stato Vaticano e non più quello della Repubblica Italiana. In tal caso mi scuso con i deputati e i senatori della Città del Vaticano.

Art. 29.

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.

Nota: Qui è il nocciolo della questione per quanto riguarda i Dico, PACS, matrimonio per persone dello stesso sesso, unioni di fatto, ecc. Quanto descritto nella Costituzione viene identificato con quella che viene chiamata "famiglia legittima". Secondo la legge italiana in vigore, questa famiglia legittima è l'unico modello di unione riconosciuto e tutelato. Di contro, le unioni di fatto (le convivenze per intenderci), basate esclusivamente sugli affetti, restano senza alcuna garanzia giuridica. Ma leggendo dove si parla, nella Costituzione, di "società naturale fondata sul matrimonio", un rilievo va fatto: se, interpretando questo articolo della legge costituzionale alla lettera, non si lascia spazio al riconoscimento di alcun legame che non sia il matrimonio, d'altro canto non vi è nemmeno la negazione o il divieto di altri tipi di convivenze: queste non sono né vietate, né autorizzate.
Due considerazioni possono essere fatte: la prima sul significato delle parole scritte nell'articolo stesso, la seconda mettendo a confronto questo articolo 29 con altri articoli della Costituzione.
Partiamo dal primo punto. In realtà, l'articolo 29, non solo non nega esplicitamente l'importanza dei rapporti non fondati sul matrimonio, ma non fa nemmeno riferimento alla differenza di sesso (o genere) come elemento caratterizzante il matrimonio. In nessun punto, nella Costituzione si dice che il matrimonio è tra un UOMO e una DONNA, ma si parla di CONIUGI. In altre parole, l'unico dato su cui ci si basa per intendere il matrimonio in questo modo restrittivo è il termine "naturale". Però solo in seguito si è dato all'espressione "società naturale" il significato di "legame matrimoniale tra persone di sesso diverso". In realtà, come hanno sostenuto anche autorevoli costituzionalisti, tra cui Galgano, l'aggettivo "naturale" si riferisce all'insieme delle norme che regolano la società in un certo momento storico. Se così non fosse, allora nemmeno la legge sul divorzio avrebbe dovuto essere approvata, così come, se la società non fosse in evoluzione, non dovrebbero essere possibili i matrimoni esclusivamente civili e non religiosi (la Chiesa cattolica quello si dimentica di dirlo, forse perché molti di quelli che si oppongono ai Dico e alle leggi sulle coppie di fatto sono divorziati e risposati). In effetti, se in un periodo non troppo lontano, appariva inconcepibile la dissoluzione del matrimonio o la liberazione della donna e il riconoscimento dei suoi diritti di moglie non più sottomessa al marito, con le riforme degli anni Settanta, queste concezioni della famiglia sono state sostituite da principi più egualitari, più civili, più moderni, più giusti. È per questo motivo che il termine "naturale" non può avere nessun altro significato se non quello che i membri dell'Assemblea Costituente volevano dargli e cioè quello che la famiglia era una formazione che esisteva già prima dello Stato e, quindi, anche prima delle leggi dello Stato. Da questo si deduce, come sosteneva tra l'altro anche Aldo Moro, che l'art. 29 della Costituzione riconosce non i diritti naturali della famiglia, ma la famiglia naturale in quanto non creata attraverso le leggi, ma da queste regolamentata. Alla luce di questo, se si riconosce la preesistenza della famiglia ai poteri legislativi, allora tutte le norme a garanzia del nucleo familiare vengono in un secondo momento e intervengono non a rendere legittima un'unione, ma solo a regolamentarla. La conseguenza di questo è che le norme che regolano il matrimonio, anche se essenziali, non possono e non devono negare le unioni che non si fondano sul matrimonio.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, è utile mettere a confronto l'art. 29 della Costituzione con altri articoli costituzionali. Nell'articolo 3 della Carta sono enunciati due principi che discendono dal principio cardine dell'eguaglianza dei cittadini. Nel primo comma si legge che "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali"; nel secondo, invece, si avverte che è necessario che la Repubblica Italiana intervenga concretamente per "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". In sostanza, se la norma descritta impone che vi sia uguale trattamento, è necessario parificare la famiglia legittima e le altre forme di unione. Se questa parificazione non avvenisse verrebbe violato il principio cardine di eguaglianza.
Andiamo oltre. L'articolo 2 della Costituzione dice: "La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità". Si tratta di una norma che fornisce una valida giustificazione e collocazione alle coppie di fatto, che possono a ragione essere messe tra le "formazioni sociali" appena citate. A sostegno c'è la genericità della dicitura "diritti inviolabili dell'uomo", che - e questa era sicuramente l'intenzione dei Costituenti - permette di adattare facilmente il testo costituzionale ai cambiamenti della società, in modo che sia aderente con il contesto storico in cui si vive.
Alla luce di quanto detto - e cioè il fatto che non vi è incostituzionalità delle coppie di fatto, così come la "naturalità" della famiglia non è da intendersi come "legame tra un uomo e una donna", ma semplicemente come istituto sociale che esiste fin da prima del costituirsi dello Stato - io penso che, se l'Italia fosse veramente un paese moderno, civile, laico, al passo con gli altri paesi avanzati e con i tempi, e non il paese arretrato e schiavo di altre forze al contempo religiose e politiche che sembra essere, si dovrebbe approvare una legge che consenta:
a) il matrimonio civile (non religioso, ovviamente, perché ogni formazione religiosa si regola secondo le proprie convinzioni, nel rispetto di quelle delle altre fedi o non fedi) sia tra coppie di sesso diverso che tra coppie dello stesso sesso;
b) unioni di fatto/PACS/Dico o che dir si voglia, sia tra coppie di sesso diverso che tra coppie dello stesso sesso.
Solo in questo modo TUTTI i cittadini sarebbero realmente uguali di fronte alla legge.

La società di oggi è molto cambiata rispetto a com'era in tempi anche abbastanza recenti. È necessario aprirsi a quelle realtà che sono solo apparentemente "diverse", perché magari meno frequenti, ma che devono essere tutelate giuridicamente. Non si può non considerare che il fenomeno delle unioni di fatto, etero o gay/lesbiche, è in crescita esponenziale. Se ciò è vero, allora è inconcepibile un sistema legislativo che non preveda alcuna estensione dei diritti civili alle formazioni familiari "atipiche". Così come - da un punto di vista morale - è profondamente ipocrita (e qui mi rivolgo ai nostri politici) continuare a parlare di rispetto e di eguaglianza senza fare nulla che dimostri praticamente questo rispetto nei confronti delle persone e della Costituzione, che di eguaglianza parla esplicitamente e per TUTTI.
La situazione, poi, su un piano giuridico è ancora più incomprensibile se si pensa al fatto che la Corte Costituzionale da tempo lancia segnali in tal senso e che la normativa comunitaria ha dato indicazioni ben precise. La Costituzione europea, che è stata approvata, tra gli altri, anche dal nostro Parlamento, ha come principio fondamentale il divieto assoluto di ogni forma di discriminazione, specialmente quella sessuale. Non solo, nella stessa direzione si è mosso il Parlamento dell'UE, quando, con risoluzione del 1994 e con una relazione del 2000, ha invitato gli Stati membri ad adottare una normativa di riconoscimento delle unioni di fatto, anche omosessualmente formate.
La questione è più preoccupante se si concentra l'attenzione su quanto previsto dalla Direttiva comunitaria n. 38 del 2004, che sancisce il principio della libera circolazione, in ambito europeo, delle persone e dei loro familiari. In tale Direttiva per "familiare" si intende non solo il coniuge e i figli, ma anche il partner che abbia registrato la propria unione. Si comprende allora, la difficoltà italiana di gestire situazioni di questo tipo, dal momento che non vi è una normativa adeguata. Tirando le somme, la lacuna legislativa italiana non può e non deve essere sottovalutata, specie in una società come quella attuale, dove il numero delle unioni di fatto aumenta di giorno in giorno e dove l'assoluta mancanza di tutela verso tali coppie non è certamente un sintomo di pluralismo, ma di profonda arretratezza culturale, sociale, ideologica.
È ora che si ponga fine a questa situazione, di cui fanno le spese tutte le coppie di fatto, etero e omosessuali, anche se quelle gay e lesbiche di più dal momento che non hanno l'alternativa del matrimonio. Ogni giorno uomini e donne, nel nostro paese civile e avanzato solo a parole, si vedono negare diritti e aspettative di non poco conto. Conviventi anche di lunghissima data (anche venti o trent'anni) si vedono negare il diritto di visita o di assistenza al partner gravemente malato o degente. O ancora vi è l'impossibilità per il singolo convivente di fare testamento in favore del compagno senza andare incontro alle gravose misure fiscali previste in materia di successione a terzi estranei.
È ora che tutti quelli che credono che l'Italia debba diventare un paese moderno e giusto facciano dei passi concreti perché sia effettivamente così. Non bastano le parole e non basta nemmeno l'economia per illuderci di vivere in una nazione realmente equa, democratica, civile. Vogliamo di più, vogliamo un impegno per le persone.

Concludo citando la filosofa Hannah Arendt che, sul finire degli anni Cinquanta, anche se in tema di matrimoni interrazziali, disse: "Il diritto di sposare chi vogliamo è un diritto umano elementare, accanto al quale tutti gli altri diritti sono di rango inferiore".

Riferimenti:
Costituzione della Repubblica Italiana
Selene Pascasi, I pacs e la Costituzione: conflitto o convivenza di valori?