Thursday, December 29, 2005

Cronaca di un disamore


Mi hanno regalato Cronaca di un disamore per Natale. Non so che cosa abbia guidato la scelta. Forse il fatto che il libro è scritto da Ivan Cotroneo, che traduce Cunningham e Kureishi, due autori che amo (anche se di Cunningham amo in maniera particolare solo The Hours). Forse perché il romanzo racconta una storia d'amore omosessuale. O forse, infine, perché qualcuno l'aveva consigliato. Non credo, però, che nel momento della scelta avessero immaginato quali sarebbero potute essere le reazioni causate dalla lettura. Oh, il dono è stato più che gradito! È stato un magnifico regalo. Pur senza saperlo, forse in cuor mio lo desideravo, ne avevo bisogno...
Ho letto il romanzo questa notte, non sono riuscito a staccarmente. Non credo di essere in grado di giudicarlo. È un romanzo fatto di frammenti, capitoli brevissimi dove la narrazione passa dalla terza alla prima persona senza avvertire, a volte apparentemente senza senso. Pensieri, sogni, allucinazioni, citazioni. Il delirio di un innamorato abbandonato. Il linguaggio non è ricercato, le frasi brevi, il lessico comune, quasi piatto. Eppure non sono sicuro che questo sia un difetto... Ma non posso essere obiettivo. Avete mai avuto la sensazione di leggere un romanzo che vi scavasse dentro? Che tirasse fuori da voi dei dolori nascosti, dei ricordi sopiti? Ho letto molte pagine con le lacrime agli occhi, perché quella che stavo leggendo somigliava alla mia storia. Nomi, luoghi, età cambiate. Ma le stesse emozioni e motivazioni, le stesse paure e gioie, la stessa euforia, la stessa disillusione, la stessa sofferenza. È proprio vero che quando si è felici lo si è tutti allo stesso modo, ma ognuno è infelice a modo suo?
Non so dire perché abbia sentito il bisogno di non interrompere la lettura. Forse per masochismo, o forse è stata la mia terapia...

Wednesday, December 28, 2005

Elegia del silenzio (Federico García Lorca)

Silenzio, dove porti
il tuo cristallo appannato
di sorrisi, di parole
e singhiozzi di alberi?
Come rendi limpida, silenzio,
la rugiada del canto
e le sonore macchie
che i lontani mari
lasciano sul bianco
sereno del tuo manto?
Chi chiude le tue ferite
quando tra i campi
qualche vecchia noria
pianta il suo dardo lento
sul tuo cristallo immenso?
Dove vai se al tramonto
le campane ti feriscono
e spezzano la tua quiete
stormi di versi
e il gran mormorio d'oro
che cade sopra i monti
azzurri singhiozzando?

L'aria dell'inverno
frantuma il tuo azzurro
e taglia le tue foreste
il lamento silenzioso
di qualche fonte fredda.
Dove posi le tue mani
trovi la spina
del sorriso o il caloroso
fendente della passione.

Se procedi verso gli astri
il solenne cinguettio
degli azzurri uccelli
rompe il grande equilibrio
del tuo teschio nascosto.

Se fuggi il suono
sei suono lo stesso,
spettro di armonia,
fumo di grido e canto.
Vieni per dirci
nelle notti scure
la parola infinita
senza alito e labbra.

Trafitto di stelle
e maturo di musica,
dove porti, silenzio,
il tuo dolore extraumano,
dolore di prigioniero
della ragnatela melodica,
la tua sacra sorgente
cieca ormai per sempre?

Torbide di pensiero
le tue onde oggi trascinano
la cenere sonora
e il dolore del passato.
Gli echi delle grida
che svanirono per sempre.
Il tuono remoto
del mare, mummificato.

Se Jehova dorme
sali al tuo trono splendente,
spezzagli sulla testa
una stella spenta,
e smettila una volta per tutte
con l'eterna musica,
l'armonia sonora
di luce, e intanto
torna alla tua sorgente
dove nella notte eterna,
prima di Dio e del tempo,
tranquillamente nascevi.

Luglio 1920

(Traduzione di Claudio Rendina).

Friday, December 23, 2005

La ricetta del tacchino all'Unicum



Come preparare il tacchino?

1. Procurare un tacchino.
2. un bicchierino di Unicum.
3. Mettere il tacchino nel forno.
4. altri due bicchierini di Unicum.
5. Regolare il forno a 150 gradi.
6. Ulteriori 3 bicchierini di Unicum.
7. Accendere l'interruttore.
8. Ultericum bichieruni.
9. Tacchinare il grasso.
10 Bottiglialtro Unicarum.
11. Infilare dei tacchini in tutte le bottiglie di Unicum in giro.
12. Inbicchierare il versamento di Unicum.
13. Tenere al forno l'Unicum per un'altra ora
13+1. Quel mazzoliiiin di fiuri - che vien dalla monta-a-a-a-gna!...
14. Intacchinare l'unicum finchè è morbido.
15. Togliere i tacchi dall'unicum
16. E dajje de tacco e dajje de punta, quant'è bbona la sora Assunta..
17. Stai lontano da stu cooore...
18. Affettuare il tacchinicum
19. Piattare il servizio sopra.
20.Uni-uni-uni�no, aspetta, una-una-una..cum! Ecco, vedi che lo so dire!
21. Fermare il tavolum e taccare un altro coperto.
22.Sercire l'unicchino e consumarsi.

Ringrazio Gyorgyi per aver inviato su Langit questa ricetta che sicuramente avrà un gran successo ;-)

Wednesday, December 21, 2005

Vecchi scarponi

In qualche angolo
di una polverosa soffitta
c’è un paio di vecchi scarponi,
pesanti e logori.
Ricordo di cime nevose,
profumate di gelo e di terra;
ricordo di pendici erbose,
punteggiate del rosso dei rododendri.
Lo sguardo schivo di un camoscio
o la ritrosa marmotta
affaccendata alla sua tana.
Sento il respiro del vento,
il respiro del mondo:
rapisce l’anima
e la conduce su laghi ghiacciati
a valicare i confini del cielo,
del sogno.
A rincorrere le nubi dispettose,
sempre pronte a dissolversi
per non farsi catturare.
E poi tornare dal volo
con la certezza di avere
qualcuno che attende, che ama,
un rifugio sicuro.
Nessuno più porterà quei vecchi scarponi,
ma nessuno mai li butterà.

Tuesday, December 20, 2005

Arridatece Günter!

Ma ve ne siete accorti? Oppure completamente alienati dalla vita frenetica di questa società, dove non c'è più spazio per la contemplazione, avete lasciato che questo scempio avenisse nel silenzio generale? Non vi siete resi conto dell'orribile misfatto che si è compiuto? Davvero non lo sapete? E allora ve lo dico io...

Hanno cambiato il bambino Kinder!!!!!!!

Ormai sono già un po' di mesi che sulle scatole delle amate barrette con "più latte e meno cacao" non campeggia più il sorridente e rassicurante volto di Günter Euringer, ma quello maligno di un mostro i
ncarnato nel corpo di un bambino. Sembra un'innocente creatura, ma giunge direttamente dal villaggio dei dannati. E per questo dico: ridateci il bambino Kinder di una volta! Ridateci Günter! E chissenefrega se adesso ha cinquant'anni, arridatecelo!!!
Se voi foste al supermercato e sullo scaffale trovaste queste due scatole di deliziosi cioccolati Kinder



Con quale delle due ve ne andreste felicemente alla cassa?


Ogni volta che acquisto i Kinder nella nuova scatola mi sembra di prenderli direttamente dalle mani di Chucky, la bambola assassina. Se siete convinti che anche voi, come me, scegliereste la prima scatola, allora andate a vedere il sito Weg mit Kevin (il bambino nuovo, sigh, ha la faccia da Kevin). E allora urliamo con forza: "Arridatece Günter!"

Monday, December 19, 2005

(Glad I didn't have) "Gay Sex in the '70s"

Ecco un articolo scritto qualche tempo fa su Planet Out dal mio amico Jason S. Steele. Credo che sia abbastanza allarmante il ritorno al giorno d'oggi di fenomeni come il barebacking. Forse si sta un po' abbassando la guardia sul problema del contagio da HIV? E forse non si è mai parlato a sufficienza delle altre malattie sessualmente trasmissibili.

At the beginning of the new documentary, Gay Sex in the '70s, the director refers to this era of drugs and anonymous sex as "the most libertine period the Western world has ever seen since Rome." And after watching the film, I'm glad I wasn't of age to experience it.

Having been born in 1974, the only real thing I can recall of the 1970s was my dad's handlebar moustache and my mother's stretch terrycloth rompers (or maybe I'm confusing her with Joyce Dewitt from "Three's Company" -- they looked similar). Nevertheless, when I think about the disco decade, I immediately conjure up images of bad music, bad fashion and bad hygiene, or at least it comes across that way in the TV shows and movies from that era. The entire period seems to have a fine layer of grit over it that leaves me longing for a shower. It's no surprise then, that after watching "Gay Sex in the 70's" I was left feeling dirty -- both mentally and physically.

The film is a chronicle of the gay culture in New York during the era between the Stonewall riots of 1969 and the beginning of the AIDS crisis in 1981. It interviews several men who gleefully relive this time of gay liberation through photographs, memorabilia and personal anecdotes. The men reminisce about cruising Chelsea and looking for a dip, I mean "trick," on the West End piers, where hundreds of horny homos would meet every night in the abandoned warehouses to have sex with literally any person who crossed their paths. All unprotected sex, of course.

I understand that the '70s marked a time when gay men were breaking free of oppression and could finally come out loud and proud. They could let their hair -- and pants -- down with what they thought were little, if any, repercussions. But I find it amazing that no one was concerned about their personal safety and well-being when they were off in back alleys and dark corners looking for sex. Several of the men in the documentary fondly talked about receiving numerous STDs as if they were an itching, burning badge of honor. One couple recounts all the diseases they had overcome during this time, listing them off one by one. "Don't forget anal warts!" one reminded the other. How could you?

Another man even had a slight smile as he recalled a personal story that ended with the phrase "... and it turned out I had gonorrhea of the throat." Oh, how funny! Now, if you'll excuse me, I must go gargle with bleach.

Perhaps this was all so shocking to me because I grew up in a time when people were more regularly educated about the dangers of unprotected sex. (Unprotected straight sex, that is.) I remember in junior high when the phys. ed/health teacher took the boys aside and sheepishly showed us graphic pictures of male private parts ravaged by venereal disease, telling us this was our future if we had sex without a condom. It scared me straight (well, scared me abstinent -- until college, at least). We might not have been given all the information about STDs, like how we could get the clap or what caused it, but we knew it was something to avoid. So did the gay men of the '70s, yet they chose to ignore it.

While certain aspects of the film did seem like the '70s might have been a good time -- nude sunbathing on Fire Island or hobnobbing with the glitterati at Studio 54, for instance -- the ramifications of unprotected sex with hundreds of people wouldn't have been worth it. I would have preferred to be a fly on the wall of a dark backroom, as opposed to having my fly unzipped as I was pushed up against the wall of a dark backroom.

As Rome eventually fell, so too did this decade of decadence. The era of free gay love came to a screeching halt in 1981 with the beginnings of the AIDS epidemic. One would hope that the gay community would have learned from the past, but everything in life is cyclical. I am not surprised that, 20 years later, more and more gay men are involving themselves in risky behaviors, such as barebacking and PNP ("party and play") -- much as they did in the 70's.

My overall impression from the film was that the promiscuous gay sex in the '70s, while fun at the time, is best left to the homo history books. And that "Chelsea Piers" would be a great name for a drag queen.

A Pittsburgh native and current Chicago resident, Jason Steele attributes the friendly Windy City gays for giving him that final shove out of the closet. After two attempts at dot-com jobs, he now devotes his time to writing.

Sunday, December 18, 2005

This Woman's Work

Nell'episodio di questa sera di Crossing Jordan, trasmesso su LA7, ad un certo punto sono rimasto folgorato nel sentire una canzone che non ascoltavo da molto molto tempo.
Si tratta di una stupenda canzone di Kate Bush dal titolo This Woman's Work, che si trova nell'album The Sensual World.
Proprio da poco è uscito Aerial, il nuovo album della cantante, ballerina, compositrice, coreografa britannica. Un ritorno più che gradito di questa incredibile voce (quattro ottave di estensione!!).


This Woman's Work

Pray God you can cope.
I stand outside this woman's work,
This woman's world.
Ooh, it's hard on the man,
Now his part is over.
Now starts the craft of the father.

I know you have a little life in you yet.
I know you have a lot of strength left.
I know you have a little life in you yet.
I know you have a lot of strength left.

I should be crying, but I just can't let it show.
I should be hoping, but I can't stop thinking

Of all the things I should've said,
That I never said.
All the things we should've done,
That we never did.
All the things I should've given,
But I didn't.

Oh, darling, make it go,
Make it go away.

Give me these moments back.
Give them back to me.
Give me that little kiss.
Give me your hand.

(I know you have a little life in you yet.
I know you have a lot of strength left.
I know you have a little life in you yet.
I know you have a lot of strength left.)

I should be crying, but I just can't let it show.
I should be hoping, but I can't stop thinking

Of all the things we should've said,
That were never said.
All the things we should've done,
That we never did.
All the things that you needed from me.
All the things that you wanted for me.
All the things that I should've given,
But I didn't.

Oh, darling, make it go away.
Just make it go away now.

Saturday, December 17, 2005

Non nascondere il segreto del tuo cuore



Non nascondere
il segreto del tuo cuore,

amico mio!

Dillo a me, solo a me,

in confidenza.

Tu che sorridi così gentilmente,

dimmelo piano,

il mio cuore lo ascolterà,

non le mie orecchie.

La notte è profonda,

la casa silenziosa,

i nidi degli uccelli

tacciono nel sonno.

Rivelami tra le lacrime esitanti,

tra sorrisi tremanti,

tra dolore e dolce vergogna,

il segreto del tuo cuore.


(Rabindranath Tagore)


Un impegno concreto: più cerone per tutti!

So che se n’è parlato a più riprese, ma finora – da bravo San Tommaso – non avevo potuto toccare con mano la sconvolgente verità, che mi si è rivelata esattamente una settimana fa: Berlusconi è coloured!!! Stavo camminando bel bello con due amiche per via Condotti, superando a fatica la coda da casello autostradale fuori dal negozio di Gucci (ma che è?!? C’è Tom Ford nudo dentro? Ah no, è vero, adesso non fa più lo stilista di Gucci, vuol fare il regista) quand’ecco che veniamo travolti da un’orda barbarica. In mezzo alla folla vociante, glorificante, implorante e, diciamolo, pure un po’ scassapalle, s’intravvede una mezza dozzina di aitanti bodyguards. Riuscire a individuare il nostro premier è stato compito un po’ più arduo visto che con i tacchi arrivava pressappoco all’inguine delle guardie del corpo. Ma poi ecco un pezzo di pelle (ma è pelle o tartan??) dall’insolito colore. È l’epidermide di Silvio!!! Non c’è che dire, ha un colore uniforme, anche la pelata. Ma non aveva fatto un trapianto di capelli? E io che m’immaginavo Mr. B in versione Cesare Ragazzi! Come descrivere la faccia del nostro presidente del consiglio? Quasi impossibile – cioè, ci sarebbe una metafora appropriata, ma non mi piace essere scurrile - ma ci proviamo. La tonalità della faccia del primo ministro è una via di mezzo tra il giallo ocra, il terra di Siena e il color ruggine. Non appena sono stato colpito dalla luce arancione che emanava, ho istintivamente portato la mano agli occhi. Di fianco a me un venditore di caldarroste. La tentazione di prenderne una rovente e tirargliela era molto forte, ma probabilmente questa avrebbe solamente sciolto lo strato di cerone spesso cinque centimetri per rimanere incastonata nella faccia di Mr. B come un meteorite in un prato. Adesso mi chiedo... ma cambierà colore con i giorni della settimana? Blu, verde, rosso, giallo...


Friday, December 16, 2005

Scrivi una poesia per me


Scrivi una poesia per me
e racchiudila in una busta azzurra.
Scrivici l’amore che vivremo
e quello vissuto.
Raccontami il tuo volto,
rivelami un segreto.
Anch’io scriverò una poesia per te.
Così quando non avremo più occhi,
né volto, né corpo,
resterà il ricordo.


Una proposta interessante



All'inizio dell'anno mi aggiravo in uno splendido parco sulla riva della baia di Providence, nel Rhode Island. Le elezioni presidenziali erano trascorse da un paio di mesi con la vittoria - ahinoi! - di Bush Jr (magra consolazione sapere che Kerry nel RI aveva ottenuto il 70% dei voti).
Ed ecco che su un pick up rosso fuoco mi vedo questo fantastico adesivo (e chi lo dice che gli americani non hanno sense of humor?). Proposta allettante... Io voto pro!

Thursday, December 15, 2005

The Hug


It was your birthday, we had drunk and dined
Half of the night with our old friend

Who'd showed us in the end

To a bed I reached in one drunk stride.

Already I lay snug,

And drowsy with the wine dozed on one side.

I dozed, I slept. My sleep broke on a hug,
Suddenly, from behind,

In which the full lengths of our bodies pressed:

Your instep to my heel,

My shoulder-blades against your chest.

It was not sex, but I could feel

The whole strength of your body set,

Or braced, to mine,

And locking me to you

As if we were still twenty-two

When our grand passion had not yet

Become familial.

My quick sleep had deleted all

Of intervening time and place.

I only knew

The stay of your secure firm dry embrace.

(Thom Gunn)

Riflessi e trasparenze...


È sempre difficile intraprendere un cammino, soprattutto quando non si conosce esattamente quale sarà la meta. Il timore è grande: bisogna fare i conti con le proprie forze e non si può avere la certezza che queste non si esauriranno prima di aver trovato ciò che non si sa di cercare.
Ugualmente è difficile spiegare le ragioni che spingono a creare un blog. Vi è qualcosa di misterioso ed esibizionistico al tempo stesso, d'intimo e chiassoso, coraggioso e disperato. Perché condividere, in uno spazio così incontrollato come la rete, i nostri pensieri, anche quando questi toccano le emozioni più personali? Perché l'uomo è una contraddizione: vive di legami e di solitudine, cerca rifugio in un luogo intimo e protetto e al contempo anela alla totale dispersione nello spazio infinito.
Ecco perché la città di vetro. La città di vetro è il luogo degli incontri, delle relazioni. È un luogo di riflessi e trasparenze in cui guardare gli altri con discrezione e nello stesso tempo riscoprire il proprio volto. Il vetro è la purezza e la fragilità. La città di vetro è anche un deserto, dove i sensi sono amplificati e le percezioni potenziate. È un luogo dove meditare nel silenzio, ma anche uno spazio virtuale in cui stordirsi di suoni e parole.
Città di vetro è anche il titolo di una lunga novella di Paul Auster. Se non la conoscete la trovate nella Trilogia di New
York
,
pubblicata da Einaudi. Un noir sui generis, fitto di rimandi e citazioni intertestuali, sconvolgente, bellissimo.
Lo spazio della città di vetro è un non-luogo. Esiste, lo percepiamo, eppure in qualche modo non è mai se stesso: si evolve, si deforma, scompare, riappare. Le strade diventano parole e le parole diventano esistenze.
La trasformazione avviene dentro di noi: il "private eye" è il detective che vaga per le strade alla ricerca di un colpevole, ma è anche il "private I", l'io privato che proietta all’esterno il suo essere alla ricerca di un senso. La città di vetro è il "luogo" dell'introspezione e della riflessione sulle nostre esistenze.
Ecco lo spirito di questo blog, la sua doppia anima: il riflesso e la trasparenza, la confessione personale e la relazione con l'altro, «un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine», un luogo (o un non-luogo) che lascia la sensazione - sensazione a volte salutare - di essere perduti
«non solo nella città, ma anche dentro di sé».